INCHIESTA | La condizione socio-economica dei Designer ita

Interessantissima inchiesta ricca di dati che possiamo visionare qui:

http://www.pratichenonaffermative.net/inquiry/it/

che riporta i risultati delle risposte ad un questionario anonimo che ha interessato 767 designer (definizione ad ampio raggio che ha coinvolto diversi settori: dal design, alla grafica, al web) raccogliendo dati e testimonianze.

Nell’attesa di fare anche le mie personali valutazioni, potete scaricare l’intero documento QUI

Inchiesta

RIASSUNTO PER SOMMI CAPI:

CONDIZIONI DI LAVORO
Uno su tre lavora il doppio
Tra i partecipanti, chi si considera “designer” riesce in larga parte a lavorare nel proprio campo di pertinenza (sia come libero professionista che come dipendente) ma per più di un terzo
è necessario arrotondare lo stipendio svolgendo altri lavori.
Tra seconde occupazioni e prestazioni occasionali i progettisti, fuori dall’orario di lavoro, si danno da fare nei campi più disparati.

Il ricatto della partita IVA
Circa il 40% dei designer ha aperto almeno una volta la partita IVA, e tra questi è alta la percentuale (il 33%) di persone che l’ha fatto su richiesta (più o meno diretta) dello studio presso il quale lavora o lavorava. Questo dato, confrontato con le percentuali relative ai tipi di contratto, ci indica che probabilmente molti progettisti con la partita IVA lavorano in uno studio secondo modalità tipiche del lavoro dipendente (orari fissi, ferie programmate, lavoro in sede) ma senza usufruire delle relative tutele a cui avrebbero diritto (stipendio regolare, maternità, malattia, eccetera).
Essenziale la rete dei contatti
La rete di contatti e il rapporto diretto con le persone sembrano fondamentali per ottenere lavori su commissione: vi si accede nel 26% dei casi tramite le proprie amicizie e nel 28% attraverso collaborazioni già avviate in precedenza. Passaparola ed “intraprendenza” (proporsi ad un potenziale cliente) possono essere dei validi aiuti o alternative.

Retribuzioni eternamente “giovani”?
La maggioranza dei partecipanti lavora in media tra le 35 e le 55 ore settimanali, ovvero dalle 7 alle 11 ore al giorno all’interno di un’ipotetica settimana lavorativa di 5 giorni.
Lo stipendio medio netto di un designer è tendenzialmente inferiore a quello della media nazionale: se un lavoratore italiano guadagna mensilmente circa 1.300 € al mese (dati Istat, 2011),
la maggioranza dei progettisti guadagna meno di 1.000 €.
Bisogna notare però che, sempre secondo i dati Istat, nei primi due anni di lavoro i giovani o neo-assunti percepiscono una retribuzione nettamente inferiore rispetto ai colleghi più anziani, corrispondente a circa 900 € al mese. Data la relativa giovane età dei partecipanti al questionario, essi potrebbero inserirsi nell’ultima fascia di reddito citata, ma anche in questo caso rimane il dubbio: per quanto tempo si viene pagati come “giovani” o “neo-assunti” nel contesto dell’industria creativa?

Straordinari non pagati ed entrate irregolari
La maggior parte dei progettisti viene retribuita mensilmente oppure a fine progetto ma con ritardo. Si deduce che per chi lavora in proprio o con un contratto a progetto, può essere difficile avere entrate regolari, in quanto le retribuzioni variano in base alle tempistiche dei clienti e ovviamente alla durata del progetto. Nel 56% dei casi gli straordinari non vengono pagati, o vengono pagati solo occasionalmente; quando vengono retribuiti si utilizza principalmente una tariffa standard e non quella straordinaria, oppure vengono barattati con “gentilezze
e flessibilità su permessi e ritardi, biglietti per concerti, ore libere“.
Il valore monetario del proprio lavoro viene deciso in modo piuttosto confuso a seconda delle occasioni: la modalità più diffusa è calcolarlo in relazione al tipo di progetto (per il 30% dei progettisti), seguito dalle ore di lavoro necessarie (per il 23%) e in base ad un budget prestabilito (per il 21%). In pochissimi seguono un onorario, strumento che, se aggiornato e flessibile, potrebbe essere un valido punto di riferimento contro logiche di mercato che puntano al ribasso. L’associazione tedesca dei designer della comunicazione BDG (Berufsverband der Deutschen Kommunikationsdesigner) per esempio, ha creato per i suoi iscritti uno strumento online che permette di calcolare un’ipotetica retribuzione per ogni progetto, sommando più voci nello stesso momento (ore e tipologia di lavoro, straordinari necessari, costo materiali, eccetera).

SODDISFAZIONE
Una schiera di entusiasti
La quasi totalità dei progettisti si dichiara estremamente appassionata del lavoro che svolge, anche se in pochi si sentono gratificati rispetto alle proprie ambizioni di partenza. Medio-alta invece la soddisfazione in relazione alle finalità, modalità e condizioni di lavoro.
Interesse ed entusiasmo sembrano quindi essere i veri motori trainanti della professione: il 61% dei progettisti non cambierebbe il proprio percorso di studi, nonostante ritenga la formazione ricevuta solo parzialmente utile ai fini professionali
e nonostante le precarie situazioni lavorative prospettate dal mercato.

FIGURA DEL DESIGNER
Un senso d’incomprensione
I designer ritengono che la loro figura professionale sia poco compresa dal contesto in cui vivono e lavorano. A confermarlo alcuni aggettivi che usano per descrivere lo sguardo altrui sulla propria professione, come “divertente” ed “indefinibile”. Diversi progettisti, nelle risposte aperte, si interrogano profondamente sulle possibilità offerte dal design come strumento critico, l’autoriflessione sul proprio lavoro sembra quindi diffusa.

ORGANIZZAZIONE
Disinformati, divisi e senza tutele
Tra i partecipanti, la competizione è piuttosto sentita e le lotte per il lavoro ne risentono: quasi nessun progettista conosce forme di sciopero o casi di sabotaggio all’interno della professione. D’altra parte, come rifiutare di svolgere i propri compiti o addirittura sabotare una macchina quando, nel caso
dei lavoratori autonomi, si è anche imprenditori di se stessi?
Parallelamente, l’università spesso trascura l’importanza di informare gli studenti circa gli aspetti legali ed organizzativi che il futuro lavoro comporterà. Così la maggioranza dei progettisti non conosce i propri diritti di lavoratore, e non prende parte a corpi organizzativi per creativi, che del resto in Italia sono davvero pochi. Citiamo l’esempio di ACTA (Associazione Consulenti Terziario Avanzato), un’associazione di rappresentanza sindacale (con carattere volontario e senza fini di lucro) che ha lo scopo di tutelare e valorizzare le attività autonome professionali, in particolare quelle “non regolamentate”, puntando su consulenza, formazione e mutualismo. Partendo da questo spunto, possiamo iniziare ad immaginare nuovi tipi di gruppi, autogestiti ed inclusivi, capaci di tutelare il lavoro precario, autonomo, creativo e della conoscenza?

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